La cittadella fortificata di Acaya ed il suo splendido Castello

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Foto Giulio Rugge

SALENTO – Nel XII secolo il borgo medievale di Segine venne inglobato nella Contea di Lecce e sotto la dominazione angioina venne ceduto dapprima al Convento di San Giovanni Evangelista di Lecce quindi successivamente, nel 1294, Carlo II d’Angiò lo concesse in feudo a Gervasio dell’Acaya, la cui famiglia lo tenne per circa tre secoli. In seguito alle modifiche effettuate nel XVI secolo, prima da Alfonso dell’Acaya, poi dal figlio Gian Giacomo, Regio Ingegnere Militare e Ispettore Generale delle Fortificazioni del Regno, il borgo mutò il nome in Acaya.

L’opera dei due, padre e figlio, mirò a fortificare militarmente il centro. Alfonso provvide all’edificazione di un primo nucleo del castello nel 1506, mentre Gian Giacomo continuò l’opera con l’aggiunta di bastioni e di un fossato, inoltre si occupò di rinforzare l’intero centro, racchiudendolo in una cinta muraria bastionata ed un fossato. Alla morte di Gian Giacomo, avvenuta nel 1570, Acaya ritornò al Regio Fisco e nel 1608 venne acquistata da Alessandro De Monti. Nel 1714 il centro subì un’incursione da parte di alcuni pirati turchi sbarcati sul vicino litorale, e si tratta dell’unico fatto d’arme cui fu oggetto nel corso della sua storia.  Sul finire del XVII secolo, con l’estinzione del ramo principale della famiglia De Monti, il feudo tornò alla Corte Regia che nel 1688 lo alienò ai De Monti-Sanfelice, i quali quasi subito lo rivendettero ai Vernazza: ultimi feudatari fino alla soppressione del feudalesimo, avvenuta sotto il regno di Giuseppe Bonaparte nel 1806.

Gian Giacomo dell’Acaya ristrutturò il borgo di Segine nel periodo di tempo che va dal 1521 al 1535. Il progetto era mirato a fortificare e a dare un nuovo assetto urbanistico alla piazza, secondo le concezioni difensive rinascimentali, che la trasformarono in una vera e propria cittadella militare, oltre a terminare la costruzione della chiesa e del Convento dei Frati Minori dedicato a Sant’Antonio.

La piazza presenta una pianta quadrangolare, secondo il classico impianto di un castra romano con un Cardine o Cardo (È il nome dato dai Romani a una delle due linee, quella nord-sud, tracciata dall’augure nel cielo per delimitare il ‘templum caeleste’. Da questi riti augurali, […], derivano, con l’arte dei gromatici, le norme seguite dai Romani per la limitazione delle città e per il tracciamento dei ‘castra’. Enciclopedia Treccani) e un Decumano (Era in origine una delle due linee, e precisamente quella est-ovest, per mezzo della quale l’augure romano, erede dell’etrusca aruspicina, divideva in quattro parti il ‘templum’ celeste e poi quello terrestre. Da questo primitivo significato il termine è passato, con la pratica dei riti augurali, all’arte dei ‘gromatici’ e dei ‘castrorum metatores’, per designare una delle due linee, che, tagliandosi ad angolo retto, dividevano in quattro parti una città di nuova fondazione, un territorio assegnato a coloni o un accampamento militare. Accanto a questo, che era il decumano massimo, vi erano decumani minori che correvano paralleli ad esso. Enciclopedia Treccani).

La cittadella si articola su sei strade parallele secondo l’asse nord-sud, larghe 4 metri, equidistanti (17 metri) e quasi tutte con la medesima lunghezza. Secondo la direzione est-ovest, invece, presenta tre assi perpendicolari alle citate strade parallele e dislocate, due alle estremità, mentre la terza centrale che divide la piazzaforte  in due settori. Una cinta muraria racchiude il centro, rinforzata con tre imponenti bastioni agli angoli, di cui uno, a nord-est, dotato anche di torretta di avvistamento, mentre al quarto spigolo si colloca  il castello. Alla piazza si accede attraverso la Porta dedicata a Sant’Oronzo, risalente al 1535 e su cui campeggiano i blasoni delle varie famiglie feudatarie, sovrastati dalla scudo imperiale di Carlo V, mentre in alto troneggia la statua del Santo, risalente al XVIII secolo .

Il Castello di Acaya è uno splendido esempio dell’architettura militare cinquecentesca e si innesta alle cortine della cittadella in uno degli angoli, precisamente in quello sud-occidentale. Iniziato, come già asserito, nel 1506 da Alfonso dell’Acaya, fu completato da suo figlio Gian Giacomo, nato a Napoli, che lo munì di bastioni e fossato. I lavori terminarono nel 1536, secondo quanto riportato da un’epigrafe inserita nei muri di uno dei bastioni. In seguito a quanto realizzato nel suo feudo e per le sue capacità di abile architetto militare, acquisite studiando le fortificazioni e le tecniche belliche rinascimentali, nonché per la fedeltà dimostrata all’Imperatore Carlo V, opponendo una fiera resistenza nel 1528 all’avanzata francese in Terra d’Otranto, Gian Giacomo ottenne l’incarico di ispezionare i castelli e le mura delle varie città del Regno di Napoli, al fine di fortificarli secondo i nuovi precetti dell’architettura rinascimentale, per renderli inespugnabili. In tale compito collaborò con Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino.

Il 23 settembre 1714 Acaya veniva attaccata ed espugnata dai pirati turchi e gran parte delle donne e bambini residenti si rifugiarono nel castello per volere di Anna Capuano, moglie del feudatario, il Marchese Aniello I Vernazza . Successivamente il feudo ed il castello furono  venduti  alla famiglia Onofrio Scarciglia di Lecce e da loro ai Rugge. Infine il maniero è stato acquistato dall’Amministrazione Provinciale di Lecce.

La struttura, in linea con i canoni costruttivi delle fortezze rinascimentali, si presenta a pianta quadrangolare con bastioni angolari bassi e spessi, idonei a resistere all’urto delle armi da fuoco pesanti. In particolare allo spigolo sud-orientale è posto un bastione scarpato a forma di lancia, mentre agli angoli nordorientale e sudoccidentale si innestano due possenti torrioni cilindrici. I bastioni presentano cannoniere su tutti i livelli sia per il tiro diretto, sia per quello fiancheggiato. In tale sistema difensivo fu sperimentata per la prima volta la difesa radente. Al portale d’ingresso si accede attraverso un ponte in pietra, scavalcante il fossato, che probabilmente sostituisce l’originario ponte levatoio. Il castello comunque non ebbe solo funzioni militari bensì anche residenziali, come confermato dalla splendida sala ennagonale nella torre nordorientale.

Durante recenti lavori di ristrutturazione, sul lato settentrionale del maniero sono emerse le vestigia di una chiesetta bizantina ed alcune tombe violate. Inoltre è stato scoperto un bellissimo affresco risalente alla seconda metà del XIV secolo, ispirato probabilmente ai Vangeli Apocrifi e che rappresenta la morte della Vergine con il Cristo che ne riceve l’anima mentre gli Apostoli assistono all’evento.

 

Cosimo Enrico Marseglia