Leggenda pugliese: Il Fonte Pliniano di Manduria

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MANDURIA (Taranto) – Ciò di cui parleremo oggi non è una leggenda, tuttavia il sito di cui ci occuperemo si presta a far nascere leggende che, in fin dei conti, contribuiscono quanto la storia a creare il retaggio di un popolo….

Nello stemma civico della città di Manduria risalta subito agli occhi l’immagine di un pozzo da cui esce un albero. Si tratta del “Fonte Pliniano”, così chiamato perché il primo a parlarne fu lo scrittore latino Plinio il Vecchio, nel secondo libro al capitolo 108° della sua “Historia Naturalis, tuttavia le origini di tale complesso sono molto più remote e si perdono nella notte dei tempi. Vi si accede dall’ingresso alla necropoli ed alle imponenti mura di cinta messapiche della città, attraverso una scalinata di venti gradini, e si presenta come un antro ipogeo scavato nella roccia e munito di una luce sul soffitto per l’areazione e l’illuminazione del sito. In superficie il foro è circondato da un muretto circolare da cui esce un albero di mandorlo. Plinio stesso rimase meravigliato dalla quantità di acqua che sgorga dalle pareti dell’antro, il cui livello si mantiene sempre costante. “In Salentino, juxta oppidum Manduriam lacus ad marginem plenus neque exhaustis aquis, neque infusis augetur.” scriveva. Nel centro della caverna si erge un muro, edificato agli inizi del XIX secolo, ai cui piedi sgorga una vena d’acqua sotterranea raccolta in una vasca, nella quale successivamente, si perde. All’interno del sito sono stati rinvenuti diversi scheletri sepolti.

Il Fonte Pliniano è un antichissimo luogo di culto risalente, probabilmente, al V secolo a.C., tuttavia non è escluso che possa essere ancora più vecchio. La sua stessa conformazione ed il costante flusso delle acque lo fanno assomigliare ad un enorme grembo materno, in linea con i culti della Dea, la Grande Madre Terra, tanto diffusi nel bacino del Mediterraneo, e non solo, in epoche antiche. Gli scheletri ritrovati dovrebbero essere quelli dei sacerdoti del tempio, secondo alcuni, i resti di sacrifici umani praticati nell’antro, per altri. Resta comunque il fatto che il sito trasuda di una vetusta sacralità, percepibile non appena si varca la soglia d’ingresso, capace di riportarci indietro attraverso secoli in un tempo antico e remoto. Sembra quasi di intravedere file di sacerdoti e sacerdotesse che, sottovoce, intonano incantesimi ed antichi canti incomprensibili, oppure di percepire la presenza di coloro che eseguivano lo “Hieros Gamos”, le Nozze Sacre, per rendere fertile e feconda la Grande Madre Terra.

Storie antiche, vecchi costumi ormai dimenticati ma che meriterebbero di essere conosciuti e studiati, perché sono il retaggio di questa terra, la nostra terra e, pertanto, fanno parte di noi che siamo i discendenti di quei sacerdoti e di quelle sacerdotesse …

 

Cosimo Enrico Marseglia