Alla scoperta del Salento: la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce

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LECCE – Lecce non è solo Barocco, ma questo già si sapeva, Lecce è arte e bellezza plasmata nella pietra viva, a volte protetta dai portoni dei palazzi, a volte sfacciatamente esibita.

A metà tra i monumenti celati e quelli svelati, ne esiste uno che placidamente che ha il ruolo di testimone di passaggi senza ritorno: è la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo che si trova nel cimitero di Lecce e oggi è il giorno più giusto per raccontare di lei, che è, particolare di non trascurabile importanza, il più significativo e meglio conservato esempio di architettura normanna a Lecce.

La chiesa si trova nel cimitero, ma fa parte del complesso degli Olivetani, fu fatta realizzare nel 1169 dal conte di Lecce Tancredi d’Altavilla in segno di devozione imperitura nel confronti di San Niccolò protettore dei naviganti e San Cataldo, protettore di Taranto, per essere scampato ad un terribile naufragio nel Canale D’Otranto.

Lo stile romanico austero ed elegante si sposa perfettamente con quello barocco esuberante e dinamico nella facciata della chiesta  interamente rifatta da Giuseppe Cino nel 1716 per volere degli Olivetani, che della struttura originaria lasciarono solo il portale e il rosone.

Lungo il prospetto si contano dieci statue il fastidio con una croce e rami di ulivo, stemma degli Olivetani.

La chiesa abbraccia idealmente due epoche: quella cinquecentesca del chiostro del Riccardi con il meraviglioso baldacchino del pozzo sorretto da quattro colonne tortili, e quella ottocentesca del cimitero.

Punto di congiunzione di queste due epoche sono il campanile a vela con la meridiana e la cupola ellittica su tamburo ottagonale.

L’Interno della chiesa segue la pianta a tre navate suddivide da pilastri quadrilobati di chiara ispirazione islamica, capitelli decorati con foglie impreziosiscono il tutto.

La navata centrale è percorsa da una volta a botte, mentre quelle laterali sono percorse da volta a crociera ogivale.

Le pareti, in origine interamente affrescate, custodiscono oggi ciò che resta di quei dipinti imbiancati o coperti da altari nel XVII secolo, periodo in cui anche la pareti dalle navata centrale furono ridipinte con decorazioni in stile pompeiano.

Dalla controfacciata alla prima campate della navata centrale, troviamo una serie di opere che rappresentano la vita e i miracoli di San Benedetto e San Nicola.

Sembrano invece essersi perse tracce certe di San Cataldo, che compare solo sul retro della facciata.

Guardando i semipilastri che delimitano l’affresco che narra la vita di San Benedetto le decorazioni con tralci vegetali, il confronto con Santa Caterina a Galatina è inevitabile.

Lungo le navate laterali è possibile ammirare gli altari attribuiti a Mauro Manieri, tra cui quelli intitolati ai santi Benedetto, Bernardo Tolomei e Francesca Romana e quello dei santi Niccolò e Cataldo, oltre al monumento sepolcrale del poeta Ascanio Grandi.

Gli affreschi del coro risalgono al 1629.

Sarebbero invece opera del Riccardi la statua di San Nicola benedicente e le due acquasantiere, una delle quali è decorata con una sirena bicaudata, simbolo della tradizione pagana, evoluzione della dea della fertilità originariamente rappresentata da una donna con le gambe divaricate e poi censurata dalla morale cattolica.

di Claudia Forcignanò