Se la Basilicata fosse un libro, non sarebbe un romanzo di consumo, ma un codice miniato dove ogni pagina nasconde un dettaglio prezioso e ogni borgo è un capoverso miniato d’oro. Dimenticate i soliti itinerari, perché viaggiare in questa terra significa accettare un invito a cena dal tempo in persona in una regione che racconta storie di imperatori normanni, congiure di baroni ribelli e mari che brillano come zaffiri sotto lo sguardo di un Cristo colossale.
Chi sceglie di trascorrere un weekend in Basilicata, attraverserà la spina dorsale del Sud, passando dal tufo di Matera alle vette verdi del Vulture, fino a tuffarsi nel blu del Tirreno.
Il viaggio comincia nel ventre della terra a Matera, la città che non è stata costruita ma letteralmente scavata nel tufo. La sua unicità risiede in quella che gli architetti chiamano architettura in negativo, dove il vuoto conta quanto il pieno. Camminando tra i Sassi, non bisogna limitarsi a guardare le facciate, ma scendere nel Palombaro Lungo, un’immensa cisterna ipogea che sembra una cattedrale d’acqua, o varcare la soglia delle chiese rupestri come Santa Lucia alle Malve. Qui l’arte bizantina ha sfidato i secoli, lasciando affreschi che tra l’XI e il XIII secolo hanno trasformato la roccia in preghiera. Prima di lasciare la zona, è d’obbligo una tappa a Casa Noha, un bene del FAI che permette di comprendere come questa città sia passata dal degrado degli anni Cinquanta al riscatto come Capitale Europea della Cultura.
A breve distanza, il paesaggio muta e ci conduce a Miglionico, una sentinella che domina la Valle del Bradano dalla sua posizione strategica. Il cuore del borgo è il Castello del Malconsiglio, una mole quadrangolare che nel 1485 divenne l’epicentro della politica del Regno di Napoli. Fu tra queste mura che i Baroni ordirono la loro sfortunata congiura contro re Ferrante d’Aragona, un episodio che ancora oggi permea l’atmosfera delle sale silenziose. Ma Miglionico riserva anche una sorpresa artistica di respiro internazionale nella sua Chiesa Madre, dove brilla il polittico di Giovan Battista Cima da Conegliano. È un capolavoro del Rinascimento veneto che, quasi per un capriccio della storia e dei commerci dell’epoca, ha trovato dimora tra queste colline, offrendo ai visitatori diciotto tavole di rara precisione cromatica.
Il secondo giorno ci porta verso nord, all’ombra del Monte Vulture, un antico vulcano che ha reso fertili e oscure queste terre. Qui sorge Melfi, la città che ha dato forma legale all’Europa moderna grazie alla visione di Federico II di Svevia. Il suo imponente castello normanno-svevo, edificato su una colata lavica, fu la residenza estiva preferita dell’imperatore, il luogo dove nel 1231 videro la luce le Costituzioni di Melfi, il primo codice di leggi scritte capace di superare il diritto feudale. All’interno del Museo Archeologico nazionale, custodito proprio nel castello, si può ammirare il celebre Sarcofago di Rapolla, un’opera in marmo del II secolo d.C. di manifattura asiatica che testimonia la centralità di quest’area fin dall’epoca romana. Tra un monumento e l’altro, il palato viene stuzzicato dall’Aglianico del Vulture, un vino complesso che trae la sua forza proprio dalle radici piantate nel terreno vulcanico.
Per l’ultima tappa ci spostiamo verso la costa tirrenica, facendo però una sosta rigenerante a Trecchina. Questo borgo appare come un giardino incantato, sospeso tra la montagna e l’influenza marina, con una struttura urbana che fonde l’anima medievale della parte alta con l’eleganza ottocentesca della zona pianeggiante. Passeggiando in Piazza del Popolo, tra i palazzi nobiliari in stile liberty, si respira l’eredità dei cittadini che, emigrati in Brasile, tornarono portando con sé nuove visioni architettoniche. Trecchina è famosa per le sue castagne e il pane tradizionale, ma è anche il preludio perfetto alla verticalità di Maratea.
Il viaggio si conclude infatti sulla “perla del Tirreno“, l’unico sbocco lucano su questo mare. Maratea è un mosaico di trentadue chilometri di costa frastagliata, falesie calcaree e grotte marine come la minuscola e preziosa Grotta delle Meraviglie. Il culmine dell’esperienza è la salita sul Monte San Biagio, dove domina la statua del Cristo Redentore. Realizzata negli anni Sessanta dallo scultore Bruno Innocenti con un impasto di cemento e marmo di Carrara, la statua ha una particolarità poetica: volge le spalle al mare per guardare verso l’interno, verso la Basilica di San Biagio e i borghi circostanti, quasi a voler proteggere con lo sguardo tutta la Basilicata. È da quassù, tra il blu del cielo e quello del Golfo di Policastro, che si comprende appieno la bellezza selvaggia e colta di questa regione.
Claudia Forcignanò











