Le Danzatrici en plein air: dal 5 al 9 luglio la seconda settimana di programmazione del Festival di Danza Contemporanea di Ruvo di Puglia

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Da mercoledì 5 a domenica 9 luglio, in scena la seconda e ultima settimana di programmazione della terza edizione de LE DANZATRICI en plein air, il festival di danza contemporanea diretto da Giulio De Leo, realizzato da Compagnia Menhir con il sostegno di Ministero della Cultura (FNSV 2022-24), Regione Puglia, Comune di Ruvo di Puglia e in collaborazione con Teatro Pubblico Pugliese.

Due prime e un’anteprima nazionale per ben cinque giorni di performance realizzate con la comunità, laboratori e di spettacoli ancora una volta di respiro internazionale, grazie alla partecipazione, tra le altre, della compagnia Patricia Carolin Mai [GER] che, con il sostegno della rete tedesca di promozione della danza contemporanea NPN – Nationales Performance Netz, porterà in scena la prima nazionale dello spettacolo dal titolo Hamonim.

La programmazione parte mercoledì 5 luglio alle ore 21 straordinariamente dal Mat Laboratorio Urbano di Terlizzi che ospiterà lo spettacolo dal titolo Chorea Vacui, Meditazione Visio-Poietica della compagnia Teatringestazione. Chorea Vacui è un dispositivo scenico di provocazione del visibile. La dinamica intersoggettiva tra il testo e lo spazio misurabile attiva un’estensione della sensibilità “visiva”, che trasporta gli spettatori in una dimensione poetica fuori misura, dove tempo e spazio, storia e presenza, materia e antimateria, visibile e invisibile, si congiungono generando una ulteriore possibilità di percepirci insieme un corpo vivo. Un evento realizzato in collaborazione con Collettivo Zebù.

Giovedì 6 luglio, alle ore 18.30 nell’Ex Convento dei Domenicani di Ruvo di Puglia andrà in scena la performance dal titolo Network Carta Bianca, diretta da Ezio Schiavulli con Ri.E.S.CO._Network Internazionale Danza Puglia. Il gruppo degli studenti più esperti di questo anno è stato invitato a seguire un percorso di ricerca ed esplorazione creativa autogestito, per affrontare il difficile ma stimolante compito di creare una piccola sequenza coreografica, gestendo all’interno del gruppo tutte le scelte necessarie alla creazione. Compito scelto dai “docenti” è stato il ruolo dell’osservatore e facilitatore, che aiuta e indirizza nell’assunzione delle diverse responsabilità creative, che devono essere assolte dall’intero gruppo: è stato questo l’obiettivo del lavoro di quest’anno, in cui i punti di partenza sono stati alcuni elementi che definiscono al contempo dei limiti e delle risorse: lo spazio di una sedia, il significato della parola, dialogo da tradurre in gesto e danza, il riferimento di alcune poesie scelte da tutt* gli/le alliev*. Incontro dopo incontro, è stata data vita alla composizione collettiva, attraversando domande, esperimenti, dubbi, emozioni e scoperte. L’esito non è, dunque, un prodotto ma un processo: l’azione scenica sarà la semplice condivisione con un pubblico di uno stato di fatto temporaneo. Il pubblico è posto di fronte ad un “vuoto di scena”. L’occhio privato di ogni riferimento nello spazio scenico, di fronte alla vertigine del vuoto, affonda nella propria orbita, la vista si ritrae e l’immagine evocata appare. Si ha l’impressione di accadere nella misurazione del mondo, se posso dire io sono qui, corpo fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, sostanza incrostata d’animale e di stelle. Tutto il resto è vuoto.

A seguire, alle ore 19, nella stessa sede sarà la volta dello spettacolo Pastorale della compagnia Codeduomo, ideazione e coreografia di Daniele Ninarello. Pastorale nasce dal desiderio di affrontare il tema della riunificazione, la nostalgia dell’unisono. La coreografia vuole essere l’accorgimento creato per emergere da sé e accedere all’altrove, per unirsi al fuori e all’altro che è prossimo a noi. Si punta a cercare una continua accordatura, una catena ritmata, una salda alleanza tra corpi che generano una danza che si dipana come un moto perpetuo; come se la mente corporea vivesse costantemente in allerta, attenta a tutti i suoni, ai ritmi da cogliere e ordinare. In questo modo, essa può accedere a un sistema in grado di intonare il proprio corpo ad un ritmo universale. Attraverso la composizione coreografica, l’obiettivo è quello di creare un processo mantrico che permetta ad ogni performer di avvicinarsi gradualmente e allinearsi con il collettivo.

Alle 19.50, poi, Vestire la Diplomazia, spettacolo di Scenario Pubblico Compagnia Zappalà Danza / Centro di Rilevante Interesse Nazionale_Catania, che andrà in scena per la sezione Giacimenti – Rete italiana per l’emersione dei giovani talenti. Diverse sono le modalità dell’essere diplomatici. La comunicazione non verbale presuppone, allo stesso modo di quella verbale, la presenza di due o più interlocutori. Etimologicamente, la parola diplomazia è di origine greca, formata dalle parole “diplo” che significa “raddoppiato in due” e dal suffisso “-ma” che esprime “il risultato di un’azione”. Uno strumento essenziale della diplomazia è il negoziato. Nell’interazione tra due diversi corpi si avverte l’esigenza di trovare un territorio comune, una sorta di “punto d’incontro”. La diplomazia del corpo è strettamente collegata alle parole “tatto” e “finezza”. “Vestire la diplomazia” nasce dall’esigenza di indagare l’abilità dell’accortezza, della cautela, della circospezione e della finezza, in un intrecciato processo di scoperta dell’altro.

Alle ore 20.20 lo stesso Ex Convento dei Domenicani farà da cornice allo spettacolo Tirana My Rhythm della compagnia Menhir. Una prima nazionale nella sua versione outdoor, progetto e coreografia di Giulio De Leo, in coproduzione con Teatro Nazionale Sperimentale “Kujtim Spahivogli” di Tirana, Albania Dance Meeting Festival e Albanian Dance Theatre Company. Lo spettacolo nasce dall’invito di Gjergj Prevazi, direttore del Teatro Nazionale Sperimentale di Tirana, a sviluppare una creazione con i giovanissimi interpreti dell’Albanian Dance Company e dall’interesse del coreografo italiano verso il paesaggio culturale albanese. Un’opera che mette in campo i linguaggi della danza, della fotografia e della videografia per realizzare una creazione innovativa e fuori dagli schemi. Elementi della tradizione coreutica popolare albanese vengono rielaborati in chiave contemporanea e declinati in chiave ciclica e rituale, per costruire un viaggio poetico in cui il corpo diventa esso stesso paesaggio e territorio d’incontro fra sguardi e culture differenti. Il progetto ha debuttato in anteprima a Tirana con il titolo di Dieci Danze.

Il giorno dopo, venerdì 7 luglio, alle ore 19 l’ex Convento dei Domenicani ospiterà la performance L’Attesa di Telemaco, della Compagnia Menhir, coreografia di Giulio De Leo, nell’ambito di un percorso di sensibilizzazione e promozione del pubblico parte del laboratorio permanente del festival in collaborazione con Scuola Paritaria dell’Infanzia “La scuola di Titty”. Telemaco è il figlio di Ulisse. Secondo la leggenda, nasce esattamente nel giorno in cui suo padre parte per la guerra di Troia, una guerra che durerà vent’anni. Un tempo lungo, per un adulto, ma come viene percepito il tempo da un bambino? Da questa domanda nasce una piccola ricerca con una comunità scolastica intorno alla generazione di un’azione senza tempo.

Due tentativi al secondo è lo spettacolo della compagnia Arearea che andrà in scena alle ore 19.20per la sezione Giacimenti – Rete italiana per l’emersione dei giovani talenti. Un corpo scandisce il tempo saltando incessantemente la corda, solo l’errore ne determina la sosta che precede una continua ripresa. Come un musicista accompagna una danza protesa verso il limite: ricerca di qualcosa che sta tra la materia, che non è né una parte né l’altra, che è ovunque. Corpi che sperimentano creano spazi esterni ed interni disgiunti. Il confine definisce la materia, il confine definisce lo spazio, il tempo, il respiro, l’essere. Non siamo al limite, siamo il limite.

Alle ore 19.45, poi, sarà la volta di Living like i know I’m gonna die, Fondazione Fabbrica Europa_Firenze | Collettivo MINE, coreografia, invenzione e danza di Francesco Saverio Cavaliere, Fabio Novembrini, Siro Guglielmi, Roberta Racis e Silvia Sisto. Living like I know I’m gonna die è una danza per cinque corpi. Due coppie e un singolo formano nella reciprocità un gruppo, un corpus unico di braccia allacciate si dispiega in un reticolo di incontri fulminei che attraversano lo spazio con un andamento progressivo ed ineludibile. Il carattere ritmico subitaneo articola un movimento continuo, intensamente fitto ed intrinsecamente caduco, destinato a cambiare, dissolversi, finire non senza aver sfidato il tempo ed il suo status effimero. Così per Fokine Pavlova danzava il cigno morente, come una vera lotta contro la morte, incarnando un simbolo costante della transitorietà dell’esistenza e delle cose della vita.

La serata di venerdì 7 luglio si chiuderà con l’anteprima nazionale di Walter, Compagnia Zerogrammi, per la sezione Mitologie. Walter è un valzer futuristico. Due corpi e una regola danzano insieme per ricreare l’incanto, immersi nello stesso spazio e nello stesso tempo, uniti dall’1-2-3. Come in una corte aristocratica o in una ballroom popolare, intrighi, amori e incontri nutrono lo spazio. L’aspetto umano si svela in un perimetro fantastico e circolare, dove la ridondanza dei movimenti è condivisa con chi guarda. Una ripetizione che aiuta l’opera a ricreare l’incanto, il mio incanto, il nostro incanto. Waltergira gira gira e non si ferma più.

La giornata di sabato 8 luglio si aprirà alle ore 10 in piazza Dante, dove partirà la passeggiata urbana di danza dal titolo Footloose, performance della compagnia Teatringestazione realizzata nell’ambito di un percorso intensivo di sensibilizzazione e promozione del pubblico parte del laboratorio permanente del festival, sviluppato in collaborazione con Cooperativa Sociale Comunità Oasi 2 San Francesco Onlus. Footloose è un’azione poetica urbana, ispirata alla “Civil march for Aleppo”, una marcia civile per la pace da Berlino ad Aleppo lungo la “rotta dei rifugiati” in direzione opposta. Guidati da una immagine in movimento, un gruppo di camminanti indossa mattoni come scarpe, muovono il confine, approdano alla danza che spacca il muro. Una miccia scatenante che risuona fragorosa tra le vie del corso cittadino, si fa strada tra gli abiti della domenica, svicola ed esplode. È un’azione poetica che invita a mettersi in cammino, a sconfinare, a rischiare, perché in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo noi la mina che vaga, il muro che crolla, la fuga, il mare aperto in tempesta, la lingua straniera, la terra, la terra! Terra di passaggio, perché non c’è più casa a cui tornare, ma un’umanità nuova da fondare al grido di “let’s dance!”.

Alle ore 19, nell’Ex Convento dei Domenicani sarà la volta della prima nazionale de Gli Argonauti,della compagnia Teatro PAT, per la sezione Scavi. Prima nazionale, con la coreografia di Gabriella Catalano, il progetto è realizzato in collaborazione con gli studenti del I Circolo Didattico “G. Bovio” di Ruvo di Puglia. Nella loro impresa eroica alla conquista del vello d’oro, gli Argonauti navigano affrontando sfide disparate. L’unione è la loro forza, una fiducia crescente l’uno verso l’altro, che può estendersi oltre la vastità del mare. Il vello d’oro sarà un premio inestimabile che custodisce il valore della cura e della sanazione.

Alle ore 19.15, la stessa sede ospiterà lo spettacolo dal titolo Fallen Angels della compagnia ABDance Research/PinDoc, per la sezione Giacimenti. Uno spettacolo site specific realizzato da un’idea e con le coreografie di Michael Incarbone. Gli angeli sono in caduta, immortalati nel vuoto, per sempre ribelli, giovani e maledetti; l’urlo muto nei loro corpi scomposti grida glorioso e annichilito insieme. L’immagine di una caduta sospesa getta le premesse per un’inquadratura sul corpo questionante recenti fenomeni musicali intesi come contenitori di creazione mitopoietica. L’oggetto in questione riguarda le derive attorno al genere trap, tra scream e emo, hardcore e lo-fi, e del contesto attorno (protagonisti, narrazioni, autorappresentazioni, estetiche). Che frequenza incarna il corpo, ci chiediamo, il corpo che vive questo presente iper-culturale, in continuo stato di avanzamento, accelerazione, innovazione, eppure di nostalgica “retromania”.

Ultimo spettacolo della serata sarà Esercizi per un manifesto poetico della Fondazione Fabbrica Europa_Firenze | Collettivo MINE, che andrà in scena alle ore 19.30 nell’ex Convento dei Domenicani. Lavoro di debutto del Collettivo MINE, Esercizi per un manifesto poetico coincide con l’atto fondativo della compagnia. Il manifesto coautorale trova la sua stesura danzata in una pratica coreutica scritta a dieci mani dove respiro individuale ed unisono si compenetrano e dove la tessitura corale e sincronica dello spazio e dei corpi diviene ispirazione di un linguaggio collettivo e di una poetica evocativa. Esercizi per un manifesto poetico investiga la compresenza di una scrittura coreografica rigorosa e di una temperatura emotiva aperta e vibrante che si gioca nel qui ed ora.

L’ultimo giorno di programmazione del Festival, domenica 9 luglio, inizierà alle ore 11 da piazza Garibaldi (arrivo al Museo del Libro – Casa della Cultura) con Nobody nobody nobody It’s ok not to be ok, performance ed esperienza collettiva della compagnia Codeduomo realizzato in collaborazione con Soc. Coop. ALi.c.e/ BIG Bari International Gender Festival. Partendo dall’assolo omonimo, il progetto si manifesta come processo espanso che indaga le memorie e le tracce lasciate sul corpo dalla cultura del controllo, del bullismo e della mascolinità tossica. Si lavorerà con adolescenti delle scuole superiori, avvicinandoli alla pratica artistica come strumento per sollevare questioni culturali e politiche, dando al loro corpo la possibilità di esprimere ciò che vogliono veramente e non ciò che hanno imparato a desiderare per sentirsi inclus*. Si lavorerà sull’invenzione di danze collettive come proteste di massa per dare voce al corpo, a quelle parti di noi che pubblicamente si vestono di vergogna e giudizio, offrendo la propria vulnerabilità come condizione attraverso cui lasciare operare la propria rivoluzione. Il corpo simbolo di territorio verso cui indirizzare un nuovo pensiero di Cura e ascolto.

Nel pomeriggio, alle 18.30, la Sala Carrante della Scuola Bovio ospiterà Crystal Ball, compagnia KLM/Le Supplici, per la sezione Scavi, coreografia di Francesco A. Leone. È immaginato come se fosse un lavoro di esplorazione dello spazio inteso come un universo immaginario. Attraverso la danza, gli interpreti interagiscono con un pianeta estraneo, passando dalla staticità alla fluidità tramite connessioni che creano un unico corpo e conferendogli mobilità e presenza. Come due satelliti, i danzatori costruiscono una mappatura della loro orbita fornendo una visione più dettagliata del loro mondo. L’idea coreografica è quella di entrare magicamente in un trip che potrebbe non essere reale. Ma magia o sogno, trip o realtà, ci addentriamo in un viaggio turbolento che approda a una carezza.

Alle ore 19 e alle 19.30, nel Giardino della scuola Bovio andrà in scena l’attesa prima nazionale dello spettacolo Hamonim, della coreografa tedesca Patrizia Carolin Mai. Decine di individui formano una massa che può dare origine a qualcosa di molto potente. Ma, se si considera un solo individuo tra altre persone? L’individuo è a rischio oppure il gruppo mette in atto un atteggiamento di protezione? Quanto potere è detenuto da un gruppo e che tipo di comunità ne deriva? Con Hamonim la danzatrice e coreografa Patricia Carolin Mai investiga i meccanismi protettivi corporei di massa, ponendosi la questione: cos’è necessario per esistere e persistere in un gruppo? Gli amatori in scena formeranno una comunità che analizzerà i parametri dello stare-insieme, mettendo in discussione le concezioni comuni sui fenomeni di massa. Lo spettacolo Hamonim di Patricia Carolin Mai nell’ambito del festival Le Danzatrici en plein air 2023 è sostenuto da NATIONALES PERFORMANCE NETZ, che riceve finanziamenti dall’Incaricata del Governo Federale per la Cultura ed i Mass Media della Repubblica Federale di Germania.

Infine, alle ore 20, la serata si concluderà con Bolero, spettacolo della compagnia Arearea. Una prima nazionale con la coreografia di Marta Bevilacqua e Roberto Cocconi. Arearea interpreta il Bolero di Ravel per i suoi trent’anni di produzione artistica. Una coreografia di gruppo si fonde nella versione che del Bolero faranno i Radio Zastava. Il Bolero degli Arearea/Zastava sarà dirompente: due musicisti, dodici danzatori e la strada. 17 minuti di pura energia.

Terminerà così la terza edizione del Festival LE DANZATRICI en plein air che, dal 23 giugno al 9 luglio ha aperto una riflessione sul tema dell’archeologia della danza: una vera e propria indagine antropologica sull’origine del gesto, sulle stratificazioni e sedimentazioni di memorie, sui retaggi culturali e le esperienze che modellano la dimensione personale o collettiva attraverso spettacoli, performance, laboratori ed eventi collaterali, a partire dall’incontro e dal dialogo con le comunitàdel territorio.