La sezione «Contrappunti d’organo» del festival itinerante Apulia Antiqua, diretto da Giovanni Rota, si congeda domenica 26 aprile alle 19.30 nella chiesa del Sacro Cuore di Monopoli con un appuntamento di intensa eleganza. Il programma prevede il concerto dal titolo «Virtus sapientiae», protagonisti l’organista Domenico Tagliente e il mezzosoprano Annarita Garganese, chiamati a intrecciare voce e tastiera in un dialogo che è insieme misura e risonanza interiore.
Il programma si configura come un percorso coerente pur nella varietà degli stili, dove ogni brano illumina, da una diversa angolazione, il rapporto tra spiritualità e forma musicale. Dalla solennità architettonica della «Toccata prima» di Georg Muffat, pagina che coniuga rigore contrappuntistico e slancio virtuosistico, si risale alla purezza arcaica di «O Virtus Sapientiae» di Hildegard von Bingen, dove la linea monodica si fa meditazione sonora, sospesa tra parola e contemplazione.
Il cuore del programma è affidato a Johann Sebastian Bach, presenza cardine di questo itinerario: dal lirismo raccolto di «Brunnquell aller Güter» al «Concerto BWV 974» (rielaborazione da Alessandro Marcello), in cui l’organo assume una dimensione quasi orchestrale, fino al corale «Sei gegrüßet, Jesu gütig BWV 499», esempio di equilibrio perfetto tra devozione e costruzione formale.
Con l’«Elevazione in re minore» di padre Davide da Bergamo si entra nella sensibilità ottocentesca italiana, fatta di cantabilità intensa e raccoglimento liturgico, mentre la «Prière à Notre-Dame» di Léon Boëllmann e il «Prélude op. 29 n. 1» di Gabriel Pierné aprono a un colore più pienamente romantico e sinfonico, in cui l’organo dispiega tutte le sue possibilità timbriche.
A suggellare il percorso, la celebre aria «Lascia ch’io pianga» dal «Rinaldo» di Georg Friedrich Händel: una pagina in cui la semplicità melodica diventa veicolo di un’intensità espressiva trattenuta, perfettamente in linea con l’estetica del concerto.
Tra devozione e concerto si dispiega così una tensione limpida e riconoscibile: da un lato la musica nata per la preghiera, dall’altro quella che, emancipandosi dalla liturgia, afferma una propria autonomia formale. Qui la devozione non è ornamento, ma principio ordinatore: si traduce in disciplina del fraseggio, essenzialità dei mezzi, nitidezza dell’architettura sonora.
La voce custodisce parola e affetto entro una linea vigile, dove l’espressione rifugge ogni enfasi superflua; l’organo, lungi dal limitarsi ad accompagnare, costruisce lo spazio e governa il tempo, alternando canto e contrappunto, colore e struttura. Ne emerge un itinerario che attraversa epoche e linguaggi senza cedere all’effetto: una musica che affida il sentimento alla forma e trova, nella sobrietà, la propria più autentica forza.
L’ingresso è libero.













