“Barocco Festival”, il mondo danza nel Castello di Mesagne

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Prima ancora che le carte dividessero il mondo in confini, la musica aveva già imparato a superarli. Il “Barocco Festival Leonardo Leo” arriva martedì 8 settembre alle ore 21 nel Castello Normanno Svevo di Mesagne con “La musica delle terre. Moresche, balli municipali, ground, partite su melodie tradizionali”. Un viaggio tra Europa, Mediterraneo e Nuovo Mondo nel quale la scrittura colta incontra melodie nate dalla trasmissione orale, dalla danza e dal rito. Il Barocco diventa così una geografia sonora: cambia lingua, ritmo e accento, e proprio nel movimento genera forme nuove. Conduce la serata il giornalista Antonio Celeste. Al termine, degustazione di vini offerta dalle cantine “Otri del Salento” e “Vignuolo” e di prodotti pugliesi proposti da “Gargano Sapori”. Biglietti online su Vivaticket fino alle ore 17 del giorno dello spettacolo; successivamente saranno disponibili la sera del concerto direttamente all’ingresso del Castello. Ticket euro 3 – Info T. 347 060 4118.

Protagonista La Confraternita de’ Musici, con Cosimo Prontera al cembalo e alla direzione e Joann Francis Folquè tenore. L’ensemble attraverserà moresche, ciaccone, balli municipali, ground inglesi, villancicos e danze criolle, seguendo le trasformazioni dei motivi popolari nella musica d’arte.

Fra XVII e XVIII secolo il punto di contatto più fertile tra esperienza popolare e scrittura colta fu la danza. Melodie affinate dalla trasmissione orale offrivano ai compositori strutture già vive. Prima che l’idea moderna di originalità imponesse altri confini, quelle musiche passavano da una comunità all’altra, dalla piazza alla corte, fino alla pagina scritta. La musica colta le assorbiva, le variava, le trasformava.

Il programma segue queste migrazioni. Dall’Italia arrivano la “Moresca” dall’“Orfeo” e la ciaccona su “Zefiro torna” di Claudio Monteverdi, la “Ciaccona” di Tarquinio Merula, “Aria V sopra La Bergamasca” di Marco Uccellini, la sonata sopra “Fuggi dolente core” di Biagio Marini e l’“Aria di Firenze” di Giovanni Paolo Foscarini. Titoli che conservano già nel nome la traccia di un luogo, di un ballo, di una circolazione: la musica prende una forma e porta con sé la memoria del territorio da cui proviene.

La mappa poi si allarga. I ground inglesi di “Paul’s Steeple” e “The Duke of Norfolk” incontrano la moresca “Di, perra mora” di Pedro Guerrero e i “Canarios” di Gaspar Sanz. Dal mondo latinoamericano arrivano “Don Januarios”, su melodia tradizionale boliviana, “A la vida bona” di Juan Arañés e il modinha-lundú brasiliano “Os me deixas que tu dás”. Un motivo viaggia, cambia ambiente, viene riscritto e conserva qualcosa della sua origine.

È qui che “La musica delle terre” trova il proprio centro. Le moresche rimandano all’incontro tra cultura araba ed Europa attraverso la Spagna; le ciaccone agli scambi fra mondo europeo e latinoamericano; i balli municipali italiani trasformano città e territori in formule musicali. Ogni pagina è insieme arrivo e partenza. La scrittura fissa ciò che per natura si muove, ma non lo immobilizza: conserva una traccia e la consegna a un altro interprete, a un’altra epoca, a un altro luogo.

Il percorso approda infine alla tarantella e alla “Canzone del Guarracino”, costruita su moduli tradizionali del Seicento. Sullo sfondo resta la relazione tra musica, corpo e rito, richiamata dall’“Antidotum Tarantolae”, la melodia salentina recuperata da Athanasius Kircher per i rituali dei tarantolati. Nel Castello di Mesagne, queste terre diventano ritmi e accenti nello stesso spazio: una geografia che cambia forma senza perdere memoria.